09 ago 2014

Il Carso, una "miniera" storica che va rispettata e conosciuta





Finchè ho potuto ho battuto il Carso in lungo e in largo con il mio cercametalli. Fa bene farlo, inseguendo gli intricati e sbrecciati tracciati delle trincee, dovrebbe far parte dei programmi scolastici perchè educa e ti fa capire cose che ormai troppi sentono come lontana teoria.

Sedersi su quelle pietre troppo calde in estate e troppo fredde in inverno, un brivido sottile chissà quale nonno si è seduto qui, magari uno dei miei, il suo orizzonte il muro di pietre e sacchetti di sabbia che un centimetro più in su ed era subito il cecchino. Quali pensieri mentre lottava con il freddo, il fango, i parassiti in attesa di quei colpi di fischietto, si va, ci si tira in piedi, alcuni cadono subito, altri cadranno in quei spesso pochi metri di reticolati intricati, che ti frenano, ti espongono, ti afferrano, ti strappano la divisa ma avanti, c'è la mitraglia, avanti, c'è la granata, c'è il nemico, avanti. Già il nemico, come te rattrappito nel fango, come te aggrappato alla sua arma, come te preda degli stessi identici pensieri e della stessa identica paura.


Perchè non è vero che gli eroi non abbiano paura, la sanno vincere, ci sanno convivere, sanno come trarne forza, ma sanno bene come morde il piombo, le hanno viste le baionette nemiche rompere la carne ma...avanti. Ed è tutto lì, ancora lì, all'occhio del profano solo pietre e frammenti di metallo corroso, ma tu le vedi bene le schegge crudeli che straziano, i proiettili schiacciati, i bossoli esplosi, i caricatori deformati che la furia della battaglia ha lasciato sul campo. In certi punti si notano, se sai guardare, i segni delle pallottole e delle schegge sulla pietra. Non cedevano gli Austriaci, non cedevano i nostri, tutti con gli stessi sentimenti e aneliti. Una gavetta forata, ecco la un elmetto che non la ruggine ma la guerra ha forato, come se l'estremo rantolo vi fosse ancora imprigionato, nostro, loro, ormai non conta più. Fibbie di cinture e immagini le mani affrettate dei portaferiti che slacciano la divisa per tamponare, per salvare, forse, se si può, come si può. Da vivi erano soldati, erano nemici, da morti sono dei caduti, tutti uguali, tutti nonni di uno di noi e non li distingui più che non parlano più, le ossa non vestono divise. Ah capita sì, capita ancora di trovar ossa sbrecciate e palle di Shrapnel, qui, qui è caduto il proiettile d'artiglieria qui ci sono molti dei dispersi, disseminati fra quelle pietre, senza nome per sempre, li riporti indietro a due mani, avvolti in un panno, nostri, loro? Chi lo sa, non sai neppure se fai bene a riportarli, quale ossario è più degno del sasso che hanno consacrato con il loro sangue, ma sai che devi. Ne ho persi di nonni nelle tante, troppe battaglie dell'Isonzo, ma son tornati tutti a casa loro, avvolti nella Bandiera.

Altri no, non tornarono mai più, frammenti che restano in quella tormentata terra, che ogni tanto saltano fuori a dirti è qui, è qui che ho fatto ciò che dovevo, perchè io ho fatto ciò che dovevo, ricordami. Rustiche posate, tabacchiere corrose, persino un vecchio orologio da taschino, chissà, magari segna proprio quell'ora, per sempre. Fa bene andar nel Carso, per capire che ciò che siamo lo dobbiamo anche a ciò che fra quelle pietre ostili accadde a ciò che quegli uomini furono capaci di compiere.

1 commento:

  1. Con l eparole sei riuscito a rendere visibile le mie emozioni che ho provato camminando nel silenzio del carso di Castegnevizza

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